La pandemia fa bene ad Asics. Male invece a Puma, Adidas, Nike e Columbia
Il Dr. Vincenzo Cagnetta consulente e analista finanziario indipendente di Studio Enca, intervistato da “Il Sole 24 Ore” sulle opportunità presenti nel settore dell’abbigliamento sportivo. Nella pagina sono presenti le corporation quotate nei listini globali in ordine di performance e relativo price/earning.
Sportswear: così la pandemia ha fatto bene ad Asics, ma non a Puma, Adidas e Nike
Dal 1° gennaio 2020 l’intero settore delle principali società di abbigliamento sportivo quotate nel mondo ha comunque guadagnato il 47,80%
Bene, ma non benissimo. L’intero settore dello sportswear, costituito da 24 principali società quotate nel mondo, ha guadagnato dal 1° gennaio 2020 a oggi il 47,80% (quindi bene), rispetto al 61,10% ottenuto dall’Msci Acwi investable market index (ecco perché non benissimo). Sebbene il paniere di azioni del settore possa aver avuto una buona performance dalla pandemia a oggi, i rendimenti delle singole aziende sono vari, con pochi vincitori (Asics) e diversi perdenti (Nike, Adidas, Columbia, Under Armour). Ma vediamo nel dettaglio.
Il confronto con il benchmark
Guardando l’andamento di borsa se avessimo investito, da prima della pandemia, lo stesso ammontare in ciascuna delle 24 principali società quotate del settore avremmo ottenuto un rendimento total return del 47,80% contro il 61,10% ottenuto dall’Msci Acwi investable market index (Imi). Negli ultimi 2 anni, invece, il rendimento dei 24 titoli è stato del 19,30% (contro il 29% dell’Msci), mentre a 1 anno del 17,58% (benchmark 18,34%).
Chi vince e chi perde
Dal 1° gennaio 2020, il settore dello sportswear ha visto performance contrastanti tra i principali player. Nike (che proprio venerdì 20 settembre ha estromesso l’amministratore delegato John Donahoe, richiamando dalla pensione Il dirigente Elliott Hill) ha registrato una perdita del 16,20%, mentre Adidas ha subito una flessione del 20,06% a causa anche della controversia legata alla fine della partnership con Kanye West che ha avuto un impatto significativo sui suoi ricavi. Under Armour ha affrontato una perdita del 63%, riflettendo difficoltà strutturali che hanno portato a cambi di management.
Lululemon è stata una delle poche big a registrare un rendimento positivo (+15,63%) grazie alla crescente domanda di abbigliamento athleisure. Ma non come Asics che ha sorpreso con un aumento del 403,51% grazie alla crescente popolarità dei suoi prodotti (scarpe da corsa in primis) e alla forte presenza nei mercati asiatici.
Andamento a 1 anno
Restringendo invece il campo di “azione” negli ultimi 12 mesi, i principali marchi sportswear hanno registrato cali significativi a causa del contesto macroeconomico sfavorevole: i consumatori, più cauti nelle spese per l’aumento del costo della vita e dei problemi persistenti in Cina, hanno frenato molti titoli di abbigliamento sportivo. Le preoccupazioni per una possibile recessione negli Stati Uniti hanno poi accentuato la pressione sulle vendite: Lululemon ha subito un calo del 34,82% anche a causa del prezzo relativamente alto dei suoi leggings che costano oltre 100 dollari.
Nike è scesa del 19,36% e Under Armour, nonostante una buona ripresa grazie alla ristrutturazione guidata dal fondatore Kevin Plank, ha visto solo un leggero incremento del 3,50%. Anche in Europa, Puma ha registrato un calo del 36,16%. Tuttavia, Adidas ha segnato una crescita del 26,36% grazie alla sua efficace ristrutturazione.
I rischi
Per chi volesse investire in società quotate e specializzate in questo settore, ci sono una serie di insidie alle quali prestare attenzione. Il più grande rischio è rappresentato dallo sviluppo delle vendite online che è alla base della chiusura senza sosta degli store nelle città e nei centri commerciali. Molti brand da tempo, pur operando con successo online, vedono erodersi i margini di profitto a causa delle spese di spedizione e delle politiche di reso che prevedono la gratuità del servizio (vedasi anche la sempre più forte concorrenza di Amazon).
La volatilità delle materie prime, poi, è un altro elemento che in certi periodi può incidere sulle vendite verso i consumatori più attenti ai prezzi. Last but not the least, le tensioni commerciali tra Usa e Cina: le tariffe statunitensi sulle importazioni da Pechino si riverserebbero sui prezzi ai consumatori finali, danneggiando cosi le vendite e profitti delle aziende.
Le opportunità
Il settore presenta invece opportunità per chi è alla ricerca di società sottovalutate dal mercato o che staccano sostanziosi dividendi. «La maggior parte delle 24 azioni – spiega Vincenzo Cagnetta, analista e consulente finanziario indipendente di Studio Enca – presentano spesso il rapporto p/e ben al di sotto di quello dell’S&P 500 (23,79), mentre in certi casi staccano dividendi anche oltre il 6% come 361 Degree, Foot Locker. Per valutare lo stato di salute delle aziende bisogna considerare la crescita (o la riduzione) delle vendite, al netto però di quelle dovute come conseguenza dell’apertura di nuovi negozi in quanto è una strada costosa per aumentare i ricavi. È importante guardare non soltanto alle vendite, ma anche al margine lordo (cioè alla differenza tra ricavi e costi dei beni venduti). L’aumento quantitativo delle vendite potrebbe essere spinto infatti da politiche di prezzo molto aggressive che riducono i margini di profitto. In una logica di portafoglio – consiglia l’analista – la quota investita in questi strumenti dovrebbe essere contenuta entro il 2%, dato che il requisito imprescindibile per una buona allocazione, in chiave di riduzione dei rischi, è quello della diversificazione per asset class (azioni e obbligazioni) e per settori di attività all’interno dell’asset class azionaria».



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