Cassettisti. Eni, Enel e Poste ripagano chi ha resistito
Nell’intervista a Il Sole 24 Ore, il dr. Vincenzo Cagnetta, consulente e analista finanziario indipendente di Studio Enca, analizza i rendimenti di lungo periodo di titoli come Enel, Eni e Poste Italiane, evidenziando come la strategia buy & hold possa risultare vincente solo in presenza di aziende solide e grazie al contributo dei dividendi
Enel, Eni e Poste: ecco quanto ha guadagnato chi non ha mai venduto le azioni
Dal collocamento rendimenti super per i tre enti quasi privatizzati. Per i consulenti però oggi i tempi sono cambiati: in un mercato globale sempre più complesso diversificare è diventato d’obbligo
Acquista, tieni, incassa. La filosofia del cassettista è stata premiata dalle performance dei tre titoli “preferiti” dagli italiani: chi ha comprato Poste Italiane il giorno della quotazione, nell’ottobre del 2015, ha oggi in tasca (dividendi compresi non reinvestiti), un rendimento annuo del 19,30%; chi aveva puntato su Eni nel 1995 ha incassato l’11,38% ogni 12 mesi; chi è entrato su Enel alla privatizzazione del 1999 il 5,85% annuo. Non solo. I tre titoli hanno nella maggior parte dei casi anche battuto alcuni indici di riferimento – per esempio Msci Eurozona, Msci utility (in quest’ultimo caso Enel non ce l’ha fatta di poco, si veda grafico). Insomma, niente male.
In un mercato globale sempre più complesso, però, la strategia del “compra e dimentica” mostrerebbe oggi lacune colmabili, secondo gli esperti, con i classici ingredienti di una buona gestione del portafoglio: diversificazione di strumenti, anche a livello geografico.
Diversificare è un obbligo
«La diversificazione – spiega Sebastiano Parillo, ad di Uno Capital – non è una scelta, è un obbligo. Su patrimoni non elevati, costruire un portafoglio su singole azioni aumenta il rischio specifico in modo poco efficiente». La soluzione sarebbe costituita dagli Etf. «Oggi – continua Parillo – il mercato offre moltissime soluzioni coerenti con ogni obiettivo: Etf sui dividendi, su una singola area geografica come l’Italia o su un settore specifico come le utilities. Si riduce il rischio della singola azienda senza rinunciare necessariamente al rendimento».
Per chi ha poi plusvalenze importanti su singoli titoli, Parillo suggerisce che una strategia per ridurre il carico fiscale ed emotivo può essere quella di non liquidare tutto in una volta: «vendere metà posizione consolida i profitti e libera capitale per strumenti più diversificati». L’avvertimento finale è il più duro: «Un’azienda che ha sempre pagato dividendi non è automaticamente sicura. Se li taglia, il danno è doppio: si perde la cedola e il titolo cala. Il vero rischio per il cassettista non è la volatilità, è la concentrazione».
Etf globali come nucleo
«In un contesto di mercati selettivi e rischio di riaccelerazione dell’inflazione – sottolinea Vincenzo Cagnetta, analista e consulente finanziario di Studio Enca – la parte “core” di un portafoglio deve essere costruita con Etf azionari globali, che garantiscono diversificazione geografica e riducono la concentrazione su un singolo Paese».
Su titoli che hanno corso molto «non è necessario liquidarli integralmente, ma va valutato il peso. Un’esposizione eccessiva solo su poche grandi società italiane comporta un rischio di concentrazione geografica. La soluzione più razionale è riportarli a una quota minoritaria, mantenendoli come satellite da dividendo. Accanto all’azionario – aggiunge Cagnetta -, serve anche obbligazionario di qualità: governativi di Paesi “core” per proteggere in caso di rallentamento o recessione. Il cassettista dovrebbe privilegiare disciplina e asset allocation rispetto all’affezione al singolo titolo».
Cassettisti per caso
«Cassettisti si diventa – ricorda un detto utilizzato in sala gestione da Renato Viero, di Rv Capital Partners -, nel senso che quasi tutti gli investitori comprano azioni per fare trading e un rapido profitto, ma quando il titolo scende si trovano intrappolati in una perdita non realizzata e finiscono per tenerlo sperando di recuperare».




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