Formula capitale protetto: spesso l’investimento non vale la candela
Nell’intervista a Il Sole 24 Ore, il Dr. Vincenzo Cagnetta consulente e analista finanziario indipendente di Studio Enca approfondisce i vantaggi fiscali dei certificates, sottolineando come questi strumenti possano offrire efficienza nella compensazione delle minusvalenze rispetto ad altre soluzioni di investimento.
Certificati a capitale protetto, spesso non è tutto oro quello che luccica
I certificati a capitale garantito non tutti sono uguali. A pesare strutture complesse, rendimenti sempre più ridotti e costi elevati
Il nome non inganni troppo. Nel variegato mondo dei certificati d’investimento, quelli a capitale protetto (la restituzione totale di quanto investito inizialmente) sono spesso percepiti come un rifugio sicuro, una sorta di porto tranquillo per chi non vuole esporsi ai rischi del mercato azionario puro. Ma anche tra i “protetti”, non tutti i prodotti sono uguali. E orientarsi può non essere semplice a causa di strutture complesse, rendimenti sempre più ridotti, costi alti e benchmark artificiali (cioè indici creati ad hoc dagli emittenti). Insomma, non sono prodotti finanziari da evitare tout court ma come sempre, quando si parla di investimenti, bisogna valutare attentamente rischi e opportunità prima di inserirli in un portafoglio il più diversificato possibile.
Evitare partecipazione ai rialzi
I certificati a capitale garantito con cap, che limitano la partecipazione ai rialzi dell’indice, sono spesso penalizzanti per diversi motivi. Se da un lato offrono una protezione sul capitale a scadenza, dall’altro limitano l’esposizione ai guadagni e possono risultare svantaggiosi in caso di vendita anticipata. Inoltre, alcuni sono “softcallable”, cioè possono essere rimborsati anticipatamente a discrezione dell’emittente: una clausola che riduce il controllo dell’investitore sul proprio investimento. Per chi punta davvero a valorizzare (seppur parzialmente) l’upside o incassare premi periodici, la strada più efficace potrebbe essere quella dei certificati a strategia digitale.
Certificati a cedole periodiche
«La selezione di certificati a capitale protetto (si veda tabella in pagina, ndr) – spiega Antonio Trinca, managing director di FS First Solutions – si focalizza su certificati a capitale garantito con cedole digitali periodiche. Si tratta di certificati che pagano premi periodici solo se, durante la vita del prodotto, il titolo “worst of” (cioè quello con la performance peggiore del paniere) quota al di sopra della cosiddetta barriera cedola, fissata all’emissione. Occorre ponderare bene le scelte – avverte Trinca – sui certificati a capitale garantito legati alla partecipazione di un indice sottostante. Alle condizioni di mercato attuali, difficilmente si riesce a strutturare un certificato con un payoff interessante. Spesso la partecipazione non è lineare o, altre volte, si applica un cap molto basso. Questo tipo di prodotti, poi, solo alla scadenza riflettono pienamente un eventuale rialzo del sottostante. In particolare – continua Trinca – sono da selezionare con molta cautela i certificati con sottostanti indici decrement/tilted decrement, che sottraggono periodicamente un importo fisso per riflettere l’effetto del dividendo che un investitore non percepirebbe direttamente. Il decrement è fisso mentre i dividendi reali sono variabili. Per molti investitori non è chiaro il termine tilted decrement e viene confrontato con indici classici. Un tilt verso titoli meno volatili – conclude Trinca – può portare a sottoperformare in fasi di rally del mercato, oltre a essere penalizzato dal meccanismo decrement».
Gestirli nel portafoglio
«I flussi generati dai certificati (salvo quelli a capitale protetto con cedole incondizionate) – sottolinea Vincenzo Cagnetta, analista e consulente finanziario indipendente dello Studio Enca – sono classificati come “redditi diversi” (tassazione 26%). Questo significa che possono essere utilizzati per compensare minusvalenze pregresse, a differenza di Etf armonizzati e fondi comuni, i cui proventi sono invece considerati “redditi di capitale” e quindi non compensabili. La compensazione è applicabile anche alle plusvalenze da vendita e ai coupon condizionati, rendendo i certificates uno degli strumenti fiscalmente più efficienti oggi disponibili. Questo aspetto può risultare determinante nella costruzione di un portafoglio bilanciato. In condizioni normali – chiosa Cagnetta -, la quota allocabile in certificates a capitale protetto varia in funzione del profilo di rischio dell’investitore, ma in presenza di minusvalenze pregresse, può essere strategico incrementarne il peso, soprattutto se si ha la necessità di recuperare le perdite in tempi brevi, prima della loro scadenza naturale (4 anni)».
I certificati digitali
Cosa sono. Un digital certificate a capitale protetto è un derivato che consente di investire su un’attività sottostante (azione, indice, materia prima, valuta) con la garanzia del capitale investito a scadenza.
Come funziona. La sua struttura prevede remunerazioni periodiche fisse (importi digitali) che vengono erogate al verificarsi di un evento prestabilito: in genere, quando il sottostante si trova al di sopra di un certo livello soglia (digital level) nelle date di osservazione.
Pensato per mercati stabili. La logica è “binaria”: il premio viene incassato per intero, oppure non viene pagato affatto. Questo rende il certificate particolarmente adatto in scenari di mercato laterale o moderatamente positivi, offrendo rendimenti regolari pur in assenza di partecipazione ai dividendi o ai guadagni illimitati del sottostante.



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