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Fondi pensione, ecco quelli giusti per gli atleti

Fondi pensione, ecco quelli giusti per gli atleti

Il Dr. Vincenzo Cagnetta consulente ed analista finanziario indipendente di Studio Enca, intervistato da “Il Sole 24 Ore” parla dell’importanza dei costi e della scelta del giusto comparto nella selezione del fondo pensione più adatto. Nella pagina sono riportati migliori fondi pensione selezionati da Studio Enca per i lettori de Il Sole 24 Ore.

Qui potete leggere l’articolo.

Lo sport professionistico riparte. E riprende anche il pagamento degli stipendi con i relativi versamenti per i contributi da parte delle società sportive. Ma se sul fronte pensionistico i professionisti sono tutelati in quanto i contributi obbligatori vanno al Fondo pensione sportivi professionisti (Fpsp, cioè il fondo ex gestione Enpals confluito nell’Inps nel 2011), gli atleti dilettanti devono barcamenarsi con il “fai-da-te”.

Cioè, per gli sportivi delle 40 federazioni sportive che non riconoscono il professionismo, seppur famosi, l’unica via per ricevere un assegno previdenziale è quella di provvedere autonomamente. Ecco quindi che è necessario scegliere bene il fondo pensione al quale affidare i propri risparmi, per evitare brutte sorprese in futuro.

Gli sport che riconoscono il professionismo (soltanto maschile) sono il calcio Serie A, B e C (al via dal 19 giugno), il ciclismo (il Tour de France partirà da Nizza il 29 agosto), il golf (European Tour e Pga Tour da luglio) e il basket di A1 (ha deciso di non continuare più la stagione). Ed è proprio in piena “emergenza” coronavirus che risulta ancora più evidente per gli atleti anche l’importanza di stipulare sia polizze assicurative per proteggere il capitale umano, sia di pianificare i propri investimenti. «Questo piano strategico – dice Sara Spadoni, titolare di Opera (Orientation on profession and education for revolutionary athlets) – va pensato e messo in atto quando l’atleta è ancora in attività. Anzi, dovrebbe trattarsi di qualcosa che accompagna la sua carriera, sin dagli albori, o almeno dal momento in cui decide di diventare atleta a tempo pieno».

La previdenza complementare rimane quindi una scelta obbligata per i dilettanti e fortemente consigliata anche per i professionisti (nonostante questi ultimi, come detto, abbiano i contributi versati dalle società), per integrare le rendite erogate dall’Inps. Per gli sportivi non è previsto un Fondo negoziale di categoria (che solitamente rappresenta la scelta migliore in termini di costi): bisogna di conseguenza orientarsi verso i Fondi pensione aperti (Fpa) gestiti da banche, Sgr, Sim e imprese assicurative e i Pip (Piano individuale pensionistico) gestiti invece soltanto da compagnie assicurative.

Nella scelta della migliore soluzione occorre guardare sia ai costi annuali (Isc, Indice sintetico dei costi), sia al rendimento storico a parità di rischio (cioè di linea di investimento se azionaria, bilanciata o obbligazionaria). Altri elementi importanti da valutare sono la garanzia offerta al capitale e la dimensione del patrimonio del fondo.

Secondo la fotografia Covip (l’autorità di controllo del settore) del 12 giugno 2019, i Pip rimangono i prodotti più onerosi: su un orizzonte temporale di 10 anni l’Isc è in media del 2,21% (1,88% per le gestioni separate di ramo I e 2,29 per le gestioni di ramo III, quest’ultime più rischiose delle prime). Si conferma, invece, la minore onerosità dei Fpa (si veda tabella): sullo stesso orizzonte temporale, l’Isc è dell’1,37 per cento. «L’importanza di optare verso una soluzione meno costosa – spiega Vincenzo Cagnetta, analista e consulente finanziario autonomo di Studio Enca – è determinante: la differenza di costo in termini di Isc anche di un solo punto percentuale, comporta una riduzione del capitale dopo 35 anni del 18% passando, per esempio da 100mila euro a 82mila euro».

Sul fronte dei rendimenti netti medi annuali (al netto dei costi di gestione) nel periodo 2010-2019 le linee bilanciate hanno reso per i Pip il 2,8% e per gli Fpa il 4,3%. I comparti azionari, invece, hanno reso rispettivamente il 5,3% e 5,7%, a dimostrazione dell’impatto che i costi hanno sul rendimento. Quest’ultimo, però, ha subìto un marcato ribasso nei primi 3 mesi del 2020 a seguito dell’emergenza coronavirus: le linee bilanciate hanno perso il 9,4% per i Pip e il 7,9% per gli Fpa, mentre le linee azionarie hanno perso rispettivamente il 18 e il 14,1 per cento.

A far girare in negativo le performance è stata la discesa dei titoli di Stato e dei listini azionari. «Dato il lungo orizzonte temporale dell’investimento – suggerisce Cagnetta – è preferibile puntare su comparti azionari o almeno bilanciati perché le azioni offrono di gran lunga rendimenti superiori rispetto alle obbligazioni nel lungo periodo. È tuttavia importante all’avvicinarsi dell’età pensionabile valutare l’opportunità di un passaggio a una linea più conservativa e quindi meno rischiosa al fine di non intaccare il capitale in caso di crollo dei listini azionari; queste perdite saranno infatti difficilmente recuperabili».

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