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Come investire nelle azioni delle multinazionali dello sportswear

come investire nelle azioni delle società dello sportswear

Qui potete leggere l’articolo.

Lo sportswear continua a crescere più velocemente della moda tradizionale. Se cerchiamo su Instagram “sportswear” o “activewear” vedremo come scarpe da ginnastica e leggings sono indossati non soltanto durante l’attività sportiva, ma anche sempre più nella quotidianità. Lo sviluppo di questo settore dell’abbigliamento è di sicuro spinto dalla maggiore sensibilità verso uno stile di vita più salutare, ma anche dal fatto che questi abiti coniugano la comodità con la moda.

Aumento delle vendite
A testimoniare che lo sportswear corre più della moda tradizionale c’è anche il McKinsey Global Fashion Index, che traccia i principali dati economico-finanziari del settore. Secondo questo benchmark, la crescita delle vendite nell’abbigliamento tradizionale si è attestata nel 2018 e nel 2019 tra il 4 e il 5%, mentre per il 2020 è prevista tra il 3,5 e il 4,5%. Lo sportswear, invece, nel 2018 e 2019 ha realizzato una crescita tra il 6 e il 7%, e un’identica performance è prevista anche per il 2020.

Sebbene gli uomini rappresentino la fetta di mercato maggiore, la quota femminile sta crescendo a tassi più elevati grazie sia all’aumento del tasso di partecipazione delle donne alle attività sportive, sia soprattutto alla crescita dell’athleisure — la tendenza di indossare capi nati per lo sport anche in contesti glamour o formali.

I rendimenti dei titoli sono stati significativi: le azioni Nike hanno raggiunto il massimo storico lo scorso 2 gennaio, anche grazie all’ultima trimestrale che ha battuto le stime degli analisti. Ottime performance nel 2019 anche per Adidas e Lululemon Athletica (che beneficia dell’esplosione del fitness e della moda athleisure, toccando il record storico l’8 gennaio). La casa tedesca ha raggiunto la quotazione massima il 9 gennaio.

Azioni, quali i rischi
Per chi volesse investire in società quotate e specializzate in questo settore, ci sono una serie di insidie a cui prestare attenzione. Il rischio maggiore è rappresentato dallo sviluppo delle vendite online, che è alla base della chiusura senza sosta degli store nelle città e nei centri commerciali. Molti brand, pur operando con successo sul web, vedono erodersi i margini di profitto a causa delle spese di spedizione e delle politiche di reso gratuito, oltre alla concorrenza crescente di colossi come Amazon.

La volatilità delle materie prime è un altro elemento che in certi periodi può incidere sulle vendite verso i consumatori più attenti ai prezzi. Ultimo ma non meno importante, le tensioni commerciali tra Usa e Cina: le tariffe statunitensi sulle importazioni cinesi si rifletterebbero inevitabilmente sui prezzi al consumo, danneggiando così vendite e profitti.

Le opportunità
Il settore presenta però opportunità per chi cerca società sottovalutate dal mercato o con dividendi interessanti. «Sotto il primo aspetto – spiega Vincenzo Cagnetta, analista finanziario indipendente di Studio Enca – alcune azioni presentano spesso il rapporto P/E ben al di sotto di quello dell’S&P 500, mentre in certi casi staccano dividendi anche oltre il 5%, come ad esempio Gap, 361 Degree, Xtep. Ci sono opportunità anche per gli investitori che puntano ad aziende in forte crescita come Lululemon Athletica».

Valutare la salute delle società
Per valutare lo stato di salute delle aziende bisogna considerare la crescita (o riduzione) delle vendite, al netto di quelle dovute all’apertura di nuovi negozi, una strada costosa per aumentare i ricavi. È importante guardare non soltanto alle vendite, ma anche al margine lordo (cioè la differenza tra ricavi e costi dei beni venduti): un aumento quantitativo delle vendite potrebbe derivare da politiche di prezzo aggressive che riducono i margini di profitto.

Occorre anche prestare attenzione al tasso di crescita delle vendite online, che rappresenta — insieme al brand — un fattore chiave di vantaggio competitivo. «In una logica di portafoglio – conclude Cagnetta – la quota investita in questi strumenti dovrebbe essere contenuta entro il 2%, dato che il requisito imprescindibile per una buona allocazione, in chiave di riduzione dei rischi, è quello della diversificazione per asset class (azioni e obbligazioni) e per settori di attività all’interno dell’asset class azionaria».

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